
Ho riflettuto a lungo sull’opportunità di parlare di questi due libri insieme, perché avevo paura che comparare il romanzo di Felicia Berliner e quello di Eishes Chayil (pseudonimo di Judy Brown) rischiasse di appiattire le loro storie su ciò che di più evidente e invadente le accomuna, vale a dire la loro appartenenza alla comunità degli ebrei chassidici di New York. Eppure, se è innegabile che uno dei tratti che più affascina chi legge è l’immersione nel mondo chiuso e ritirato delle comunità ebree ultraortodosse, c’è molto di più a cui prestare attenzione e mettere in relazione i due libri aiuta a superare l’evidenza.
“Shmutz” e “Stai zitta” sono due romanzi di formazione. Le protagoniste hanno entrambe diciotto anni e appartengono a una confessione religiosa per cui essere ragazze di diciotto anni ha un significato molto importante; e non a caso sono proprio i significati, i simboli e le parole ad avere un ruolo fondamentale nella crescita delle due giovani donne.
Avere diciotto anni per le donne chassidiche significa assumere un ruolo sociale attivo diventando mogli e madri. La moglie è colei che col suo lavoro e la sua devozione mantiene la famiglia e permette al marito di dedicarsi interamente alla preghiera e allo studio dei testi sacri. La madre è colei che accoglie i figli mandati da Dio adempiendo così al compito di far crescere il Suo popolo, una missione che per gli ebrei chassidici è diventata ancora più significativa dopo l’Olocausto.
In questo contesto il peso che grava sulle donne è tantissimo, perché sono loro ad assicurare la coesione sociale sia dal punto di vista economico che da quello relazionale. La vera donna di valore, la Eishes Chayil (come lo pseudonimo scelto da Judy Borwn) è pura, devota, discreta, modesta, non ha vanità, non ha desideri egoistici, non ha individualità. Accoglie Dio, lo celebra e accetta il suo volere perché questo è il suo ruolo; trova la forza per adempiere al suo dovere nello studio e nella preghiera; si mette al servizio della famiglia assicurandone la crescita nella santità e quindi nella salvezza.
E’ questo il modello di donna con cui devono fare i conti Raizl e Gittel, le protagoniste dei due romanzi, ed è da qui che prendono il via le loro storie.

Raizl ha preso ad abitare un sistema di simboli che le pare curiosamente familiare. Anche la spiritualità è un sistema di simboli. Oggetti comuni (una mela, una gonna nuova, un bel voto)le vengono presentati come prove della volontà di D-o. Un motivo per pregare o rendere grazie. Se cade mettendo un piede in fallo, anche quello rappresenta un segno di Der Bashefer.
Shmutz in yiddish significa sporco, sacrilego, indecente. È così che Raizl chiama i porno che ogni notte guarda fino allo sfinimento sul suo computer portatile. Il computer Raizl lo ottiene grazie a una borsa di studio per iscriversi all’università. Inizialmente i suoi genitori sono contrari, perché questo significa mescolarsi ai goyta, i non ebrei, ed entrare in contatto con una cultura e uno stile di vita impuro, lontano dalla comunione con Dio. Però cedono, perché un diploma universitario permetterebbe a Raizl di trovare un lavoro ben remunerato con cui sostentare la famiglia e assicurarsi un buon matrimonio.
Raizl vuole sposarsi e portare a compimento la missione per cui è stata concepita e cresciuta, ma inizia a interrogarsi sul reale significato che questo ha per lei. Le è stato insegnato che il matrimonio è il suo destino perché questo è il volere di Dio, ma per la prima volta, nel momento in cui questo destino inizia a concretizzarsi, Raizl si chiede quali siano i suoi personali desideri. Nel mondo in cui vive certi dubbi non sono contemplati e internet diventa lo spazio scevro da giudizi dove cercare risposte a tutte le domande più o meno consapevoli che affollano la sua mente. È così che approda al porno e ne diventa dipendente.
Felicia Berliner ha un modo sorprendente di raccontare come nasce la necessità di definire la propria identità e come questa necessità, in assenza di certezze, possa tramutarsi in un’ossessione. Entrare nella vita di Raizl è un’esperienza intima, delicata ed emozionante. Non c’è voyerismo nelle pagine di “Shmutz”, perché non c’è nello sguardo della protagonista. Raizl guarda il porno ed esplora il proprio corpo con la stessa rapita, disorientata e colpevole curiosità con cui entra nel mondo goyta per sperimentare un altro Sé. La sua è un’identità sospesa tra la responsabilità sociale e la libertà individuale. Nel mezzo c’è la dipendenza, con la rassicurante sensazione di avere una via di fuga dal controllo altrui. Nel percorso di Raizl, anche se lei non ne è del tutto consapevole, prendere possesso del proprio corpo equivale a prendere possesso della propria vita, perciò diventa un’esperienza irrinunciabile.

Le ho detto che stava sbagliando perché quella parola non esisteva in yiddish, e che lui l’aveva solo spinta giù. Ho spiegato a Miranda che stava commettendo un errore, ma lei mi ha risposto: “Gittel, queste cose succedono ovunque. Semplicemente in alcuni posti non le chiamano con un nome. Forse pensano che non nominandole è come se non succedessero.”
“Stai zitta” è ispirato a una storia di cronaca vera e a fatti autobiografici dell’autrice. All’epoca della prima pubblicazione, Judy Brown lo scrive sotto lo pseudonimo Eishes Chayil, termine yiddish che significa donna di valore, per proteggersi da minacce e ritorsioni. Tuttavia non si tratta di uno pseudonimo scelto a caso: Brown vuole sottolineare l’accezione etica che hanno per lei queste due parole.
Gittel è una ragazza che sta per iniziare il percorso che la porterà al matrimonio. Sul fatto di diventare moglie e madre non ha nessun dubbio, anzi: è un destino che sente la necessità di abbracciare con coerenza e animo puro, un desiderio però ostacolato dall’immagine della sua amica d’infanzia Devory, morta a nove anni, che torna costantemente ad ossessionarla. Mentre Gittel affronta il passaggio alla vita adulta i ricordi la tormentano, immagini del suo passato a cui non sa dare un nome occupano i suoi pensieri, fino a quando capisce che essere una vera donna di valore significa rendere giustizia alla memoria della sua amica. Con un atto di ribellione pone fine al silenzio omertoso a cui era stata costretta donando un nome a ciò che l’intera comunità si era sempre rifiutata di nominare. Facendo questo, Gittel crea per tutti la possibilità di avere un nuovo vocabolario con cui esprimere il proprio dolore e raccontare la propria storia.

Questa storia è importante per me. E’ la storia di quello che ho imparato da quando ho ventitré anni. Mi è cara per i tanti bambini, adesso adulti, che ho incontrato: alcuni sono come morti che camminano, altri hanno ancora paura, tutti sono feriti, con una grande rabbia che non andrà mai via. Mai. Li ho visti imparare a pronunciare quelle parole, a dirle ad alta voce (…)
Il tratto macroscopico che più caratterizza queste due storie è la descrizione di un percorso interiore fortemente contrastante con la cultura di appartenenza delle due protagoniste. Un conflitto che emerge soprattutto dall’uso che viene fatto delle parole in yiddish per indicare adesione o contrapposizione ai valori che esprimono. In questa lingua le parole posso avere un significato ricco e stratificato, oppure tracciare dei confini invalicabili. Questo uso del linguaggio rispecchia fedelmente lo stile di vita chassidico: la quotidianità, la vita famigliare scandita dalla ritualità religiosa, le numerose celebrazioni del calendario ebraico, i ruoli sociali severamente normati a cui nessuno, né uomo né donna, pare potersi sottrarre sono schemi severi e omologanti che trovano però un contrappeso nel rapporto speciale, intimo e non replicabile che ogni individuo può intrattenere con Dio.
Quello che mi ha colpito molto è che le autrici, e di conseguenza le protagoniste, non si pongono mai con un atteggiamento distruttivo verso l’integralismo che le circonda e a cui si ribellano, ma piuttosto aspirano a riformare dall’interno il loro rapporto con esso, per non dover recidere un legame storico, culturale, affettivo e sociale a cui non vogliono (o non possono) rinunciare. Un atteggiamento coerente con il processo dialettico che caratterizza la religiosità ebraica: si parla a Dio, si parla con Dio, si parla di Dio. in questo sistema filosofico si impara che le parole hanno un potere trasformativo grandissimo e Raizl e Gittel utilizzano lo stesso atteggiamento dialettico basato sui simboli per attuare la loro trasformazione.
Quando in “Shmutz” una psicologa chiede a Raizl come abbia scoperto la pornografia su internet, lei risponde di aver cercato su Google la parola “Hashem”, ossia “Dio”, una parola impronunciabile per gli ebrei ortodossi, ma che lei può scrivere e affidare a quella realtà parallela. Dalla parola Dio arriva alla parola creazione e poi da lì ad amore, bacio, corpo… solo alla fine questa ricerca approda alla pornografia, quasi come se si trattasse di una summa bulimica e abnorme di tutte queste cose messe insieme; cose che, di fatto, stanno alla base della vita da moglie e madre per cui è stata educata fin dalla nascita.
Quando in “Stai zitta” una poliziotta parla a Gittel di violenza sessuale, la sua prima reattiva risposta è :<<Non esistono queste parole nella nostra lingua!>> Eppure esiste il male e non dargli un nome non lo fa essere meno reale; non identificare con le giuste parole tale concetto, per Gittel/Judy, è la colpa che macchia l’intera comunità a cui appartiene e che la porta a chiedersi: che cosa significa essere una vera Eishes Chayil?
Felcia Berliner e Judy Brown mi hanno davvero colpito. La loro riflessione, nata da un contesto così personale di apertura al mondo, ha rinnovato anche in me la spinta a scegliere sempre d’interrogarmi sul valore simbolico delle esperienze. Grazie a loro mi sono ricordata che le parole non solo hanno un peso, ma hanno anche un grandissimo potere: portano rivoluzione e donano libertà.



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